ORThOgr@PHOS, importanza del progetto, correttezza del segno, ma anche orto come risorsa contro il consumo sfrenato e poi, poi luce, luce come segno, come materia capace di visualizzare il vuoto, di dargli un’anima. Senso. Il progetto si incardina su due principi fondamentali: realizzare un progetto unitario e integrato per piazza e isolato; estendere il ruolo di cerniera urbana dell’area, garantendo spostamenti fluidi verso tutte le direzioni, accentrando e intercettando funzioni e risorse. Partendo da quello che è presente si cerca di attuare uno scambio fra le caratteristiche proprie delle due aree: la piazza esporta il suo disegno e le sue funzioni ricreative, le aree libere dell’isolato 17 esportano verde verso la piazza. Il risultato è un disegno continuo, un passaggio fluido dal costruito denso alle aree più verdi prossime al Viale Santa Maria. La strategia punta tutto sul recupero delle aree residuali con un equilibrato insieme di vuoti e pieni, di verde e volume, integrando le funzioni e ricercando nel reciproco rapporto una possibile evoluzione. La proposta ha l’ambizione di proporre un metodo che possa essere esteso alle altre, numerose aree residuali (o da recuperare) di Macomer, frenando l’inutile espansione secondo lo schema delle lottizzazioni e investendo nella ricucitura dei tessuti, urbani e sociali, migliorando la qualità del costruito e della vita. Conoscere e interpretare correttamente i tessuti urbani e la loro storia è il primo passo per un corretto approccio alla progettazione. Il progetto propone una riqualificazione della piazza, dal punto di vista spaziale, funzionale e sociale. Si prevede al sua estensione e fluidificazione fino a passare gradualmente a via dell’Uguaglianza e sfumare in un sistema di verde pubblico sviluppato come orto urbano, integrando assieme le notevoli potenzialità aggregative dei servizi offerti nelle due aree.

concorso internazionale di idee _ progetto vincitore

anno _ 2010
luogo _ macomer (nu)
tipologia _  concorso internazionale di idee
esito _ progetto vincitore
committente _ comune di macomer
tipologia di incarico _ progetto preliminare
importo dei lavori _ 2.300.000 €
progettisti _ davide fancello, filippo sanna, valeria tupponi, stefano cadoni

Conoscere per capire, capire per progettare, progettare per sognare

_ evoluzione storica

All’altezza dell’attuale Piazza della Vittoria, prima della Grande Guerra, il Corso Umberto curvava verso nord per uscire rapidamente dal centro abitato e proseguire verso Sassari, non era presente, come logico, nessuna Piazza dedicata ai caduti della prima guerra mondiale, ma nemmeno il varco destinato all’imbocco di via Sardegna. L’attuale corso, al tempo Strada Reale, costituiva il primo limite ovest del centro abitato, definendo un asse di percorrenza esterno al nucleo consolidato, differente per funzione e dimensioni dal resto della trama viaria. Il medesimo tracciato ferroviario odierno era già presente dall’ultimo quarto si secolo dell’800 e costituiva un limite potenziale all’espansione ovest, per la quale non vi erano comunque ancora i presupposti. Fino alla seconda Guerra Mondiale l’espansione fu indirizzata verso nord, attestandosi sul lato est del Corso Umberto, fino a raggiungere l’area delle stazioni ferroviarie e la limitrofa prima area industriale di Macomer. L’apertura del varco appena sopra piazza della Vittoria e la successiva realizzazione del cavalcavia aprirono la possibilità di una espansione adeguata alle necessità post belliche, superando il limite della ferrovia e dando inizio all’espansione che ha portato all’assetto attuale. Il cavalcavia ha costituito quindi la via di comunicazione preferenziale con la città nuova e ancora adesso che è stato affiancato da numerosi altri superamenti della linea ferroviaria costituisce una via di attraversamento diretta di tutto il centro abitato in direzione est-ovest e uno snodo fondamentale della viabilità cittadina. L’apertura del cavalcavia, che gestisce anche un considerevole salto di quota permise l’espansione subito a ridosso dell’edificato attestato lungo il Corso. Centro di questo piccolo sistema di transizione fra il nucleo storico e l’espansione futura, fu il Mercato Civico che dal punto di vista spaziale, architettonico – identitario e funzionale riempì di senso quello che sarebbe stato un semplice attraversamento ferroviario, per quanto, come detto, privilegiato. L’ultimo tassello dell’evoluzione fu l’abbattimento del Mercato Civico, seguente al suo degrado progressivo negli anni.

_ una cerniera fondamentale

L’evoluzione storica mette in luce il ruolo decisivo assunto dal sito di progetto nel coordinare lo sviluppo di Macomer. Un ruolo giocato sull’equilibrio fra infrastrutture viarie, commerciali e di servizio, non semplice punto di passaggio ma snodo e attrattore al tempo stesso. Dal punto di vista della sola viabilità si evidenzia la confluenza nell’area delle strade principali di accesso alla Città: il Corso Umberto I e II che ricalcano il tracciato della Strada Reale e che ancora costituiscono gli accessi più diretti da sud (Nuoro e Cagliari) e da nord (Sassari), via Sicilia, che raccoglie parte degli arrivi da sud e la stessa via Sardegna, poi viale Gramsci e ancora S.P. 43 (monte di Sant’Antonio e Montiferru) che attraversa tutto l’abitato con un tracciato lineare fino al Corso. Punto centrale e allo stesso tempo di confluenza dei flussi esterni, ma anche nodo stradale interno, raccordo fra il centro storico, il quartiere di Sant’Antonio (potenziato successivamente dal sottopasso carrabile di via Toscana e da quello pedonale di via Piercy e l’area cimiteriale con l’omonimo quartiere di Santa Maria.

L’area ha col tempo costituito un fondamentale tassello del tessuto urbano, permettendo il superamento della linea ferroviaria a ovest e garantendo così continuità all’espansione di Macomer negli anni sessanta. Il cavalcavia di via Sardegna costituì il presupposto per questa espansione, poi completato da un ulteriore sottopasso nella sottostante via Toscana. Non di meno il Mercato Civico, costruito nello spiazzo retrostante gli edifici attestati sul lato ovest del corso ha contribuito a rafforzare l’espansione, garantendo però un equilibrio tra la città nuova e il nucleo storico. Uno snodo viario e commerciale che per decenni ha collegato e integrato le due

parti, abbinando la necessità di spostamento a una caratterizzazione funzionale di tutto l’area, che nel mercato ha col tempo visto consolidarsi un elemento identitario per il costruito e per la popolazione. Se nel complesso l’intera area ha funzionato e funziona tuttora come snodo viario si deve segnalare l’assoluta esclusione dal sistema delle aree libere dell’isolato 17. Esclusione determinata senza dubbio dall’assetto proprietario dell’area ma, dal punto di vista urbanistico, fortemente favorita dallo stesso cavalcavia. La gestione del salto di quota fra via Piemonte e Piazza della Vittoria infatti ha richiesto infatti la creazione di un gran riporto di terra che, conformato come un grande muraglione, ha di fatto escluso le aree più basse dell’isolato 17, chiuse fra esso e la ferrovia. Esse rimangono accessibili da Via dell’Uguaglianza e da via Toscana ma certamente tutto il sistema soffre della chiusura rispetto alle parti più dinamiche e integrate del tessuto urbano soprastante.

_ la situazione attuale

La situazione attuale dell’area di progetto presenta, come spesso accade, una forte disomogeneità nei caratteri architettonici e negli assetti morfologici e urbanistici, frutto di interventi parziali e successivi, per lo più slegati fra loro. Anche l’intervento di presunta riqualificazione attuato sulla piazza mostra in realtà tutta la sua debolezza nei risultati e, a bene vedere, nelle stesse premesse. La piazza è il risultato della demolizione del Mercato Civico. La miopia del progetto sta nell’aver considerato il Mercato Civico come il problema dell’area e non la sua stessa ragion d’essere. Questo fatto si è manifestato in tutta la sua limpidezza quando l’edificio storico è stato demolito. La piazza risultante, lungi dal riqualificare il sistema, ha mostrato la pesante insufficienza delle sue quinte, le facciate dei palazzi che vi si affacciano. Questi palazzi sorsero coordinati spazialmente dall’edificio del Mercato Civico che manteneva saldamente il suo ruolo centrale, per significato, architettura, funzione e in definitiva identità. Non capire questo è stato l’errore decisivo. La sensazione che permea la piazza allo stato attuale è di vuoto, vuoto spaziale certo, ma soprattutto di significati e in definitiva di senso. L’isolato 17 si compone di 4 nuclei edificati e di un grande vuoto interstiziale articolato fra essi. Il primo nucleo compatto definisce la parte terminale di via Sardegna, Piazza della Vittoria e il primo tratto di via dell’Uguaglianza. Il secondo nucleo compatto si attesta su via Toscana e lascia libera un’area lungo la ferrovia. Il terzo nucleo si compone di pochi edifici di notevole altezza e si allinea lungo la parte alta di via Sardegna, in prossimità del cavalcavia; l’altezza risulta considerevole per via del salto di quota tra il piano di campagna dell’isolato e la via Sardegna, sulla quale pure affacciano. Il quarto nucleo è in realtà un singolo edificio che ripete le caratteristiche di quelli del terzo, lasciando un considerevole spazio vuoto da esso da una parte e dal primo nucleo, dall’altra. Le aree libere sono il risultato di mancate edificazioni e successive demolizioni; si tratta di sterrati degradati, in lieve pendenza, per lo più adibiti ad area di parcheggio di fortuna. Provenendo da Piazza della Vittoria l’inizio del vuoto urbano coincide anche con la diramazione stradale di accesso al garage ricavato sotto la piazza. Sull’area sono presenti gli accessi di diverse attività commerciali e di servizio, oltre che di rimesse private delle abitazioni.

_ linee guida del progetto

ORThOgr@PHOS, importanza del progetto, correttezza del segno, ma anche orto come risorsa contro il consumo sfrenato e poi, poi luce, luce come segno, come materia capace di visualizzare il vuoto, di dargli un’anima. Senso. Il progetto si incardina su due principi fondamentali: realizzare un progetto unitario e integrato per piazza e isolato; estendere il ruolo di cerniera urbana dell’area, garantendo spostamenti fluidi verso tutte le direzioni, accentrando e intercettando funzioni e risorse. Partendo da quello che è presente si cerca di attuare uno scambio fra le caratteristiche proprie delle due aree: la piazza esporta il suo disegno e le sue funzioni ricreative, le aree libere dell’isolato 17 esportano verde verso la piazza. Il risultato è un disegno continuo, un passaggio fluido dal costruito denso alle aree più verdi prossime al Viale Santa Maria. La strategia punta tutto sul recupero delle aree residuali con un equilibrato insieme di vuoti e pieni, di verde e volume, integrando le funzioni e ricercando nel reciproco rapporto una possibile evoluzione. (vedi schemi A1_1) La proposta ha l’ambizione di proporre un metodo che possa essere esteso alle altre, numerose aree residuali (o da recuperare) di Macomer, frenando l’inutile espansione secondo lo schema delle lottizzazioni e investendo nella ricucitura dei tessuti, urbani e sociali, migliorando la qualità del costruito e della vita. Conoscere e interpretare correttamente i tessuti urbani e la loro storia è il primo passo per un corretto approccio alla progettazione. Dalla lettura provengono tutte le elaborazioni successive. Come si vedrà il progetto propone una riqualificazione della piazza, dal punto di vista spaziale, funzionale e sociale. Si prevede al sua estensione e fluidificazione fino a passare gradualmente a via dell’Uguaglianza e sfumare in un sistema di verde pubblico sviluppato come orto urbano, integrando assieme le notevoli potenzialità aggregative dei servizi offerti nelle due aree.

_ il vuoto come tema progettuale

Dal vuoto come risultato non cercato al vuoto come ipotesi di progetto. Comunque la si pensi da quel vuoto occorre ripartire. Il tema del vuoto si presenta in tutta l’area di progetto, non solo nella piazza ma anche nell’isolato 17, un vuoto quest’ultimo, di risulta, originato da mancate costruzioni e successive demolizioni. Un vuoto compatto e svilito quello della piazza, uno residuale e sfilacciato quello dell’isolato 17. Da queste considerazioni preliminari si svilupperanno due declinazioni dello spazio vuoto differenti e complementari nell’insieme del progetto urbano.

Il vuoto della piazza si manifesta non semplicemente come l’assenza di qualcosa, tantomeno come l’assenza del Mercato Civico, che può essere evocata solo in chi l’ha conosciuto e potuto vedere (ma si deve pensare anche e soprattutto alle giovani generazioni che per anagrafe non sentiranno la mancanza), ma come l’assenza di un significato, di un senso capace di sostituire la narrazione sedimentata nel tempo da un edificio così importante per la Città. Il problema fu pensare che l’edificio fosse il problema, di qui il vuoto, non come scelta progettuale consapevole e ricercata ma come risultato inatteso, manifestatosi in tutta la sua portata quando ormai era troppo tardi. Un progetto carente che non seppe tenere nella debita considerazione l’identità del luogo e da questa partire. Da questo occorre ripartire, ripartire da una rielaborazione dello spazio vuoto della piazza – quasi una ferita, certamente un’assenza – come la rielaborazione di un lutto, un modo per segnare una perdita ma anche per indicare una prospettiva, un percorso di uscita, scovando nell’assenza il seme delle infinite possibilità che essa stessa apre.

Il tema del vuoto ricorre anche nelle aree libere destinate ad accogliere gli orti, si tratta di un tipo di vuoto affermato come scelta etica, e di vita, come affermazione di un senso del limite che frena gli impulsi insensati di edificazione purchessia. Un vuoto che si riempi di relazioni sociali, un modo per rendere partecipi le persone nella gestione della cosa pubblica, per legare intimamente i luoghi e chi li abita. Un vuoto capace di colmarsi si significato, e andare oltre. Ancora una volta.

_ una nuova architettura multifunzionale

Partire da quello che c’è. Il vuoto. Vuoto come tema progettuale da sviluppare come elaborazione di un lutto, come interpretazione della

condizione attuale ma anche come potenzialità futura. La struttura proposta non mira a riempire il vuoto della piazza, non si costituisce come pieno ma è una interpretazione spaziale del vuoto stesso. L’obiettivo era quello di rigenerare lo spazio, riempirlo di significato, non per forza di materia. L’architettura proposta gioca tutto il suo ruolo nella generazione di uno spazio nello spazio, essenzialmente e sottilmente cesellato lungo i cambi di prospettiva. Percezione dunque, percezione come atto di conoscenza ma anche di sentimento. La struttura si configura come un nastro chiuso, che delimita una sorta di recinto, quasi totalmente aperto alla base (eccetto robusti punti di attacco a terra, pensati per distribuirne adeguatamente il peso sopra il solaio del garage, eventualmente rinforzato). La dualità del sistema delle viste è voluta, massima permeabilità visiva con viste orizzontali per dare continuità all’assetto spaziale della piazza, e deciso cambio di prospettiva alzando lo sguardo, invogliati dalla configurazione interna ellittica ascendente aperta verso il cielo, dall’interno del recinto. Questo cambio di prospettiva (abbinato al cambio di linea, da quelle dure del nastro esterno a quelle raccordate e circolari del nastro interno) segna il confine tra i due spazi, la piazza e la piazza interna, e tra due percezioni. Dall’interno, alzando gli occhi al cielo si esalta la quinta superiore della piazza, quella mai ammirata fino in fondo, quella certamente più variabile e dal maggiore potenziale espressivo: il cielo. Questa vista viene valorizzata dalla pulizia della visione, l’anello è infatti studiato appositamente per escludere dalla vista le facciate dei palazzi circostanti, lavorando ancora una volta su un netto cambio di percezione e prospettiva. La vista viene accompagnata dalla luce che cade su raccordi sinuosi interni, verso l’alto. Lo spettacolo può essere ripetuto anche la notte, con la visione del cielo notturno, particolarmente nitida a Macomer per via del basso inquinamento luminoso del territorio. Per questo motivo l’illuminazione è stata scelta regolabile e, come indicato nelle tavole di progetto, priva nella parte alta di supporti verticali. Questa scelta oltre a cercare di ridurre l’inquinamento luminoso mira anche a limitare l’inquinamento visivo determinato dalle disomogenee e anonime facciate che si attestano lungo il perimetro della piazza.

L’interpretazione del vuoto in un’architettura costruita riversa in sé anche altre esperienze sensoriali tipiche del territorio. La ricerca della luminosità interna, ascendente, trova la sua origine nell’apertura delle inaspettate radure in un bosco, un cambio di prospettiva netto, nella monotonia del paesaggio alberato fitto. Ancora, la spazialità degli altipiani, con la vista che corre a perdita d’occhio interpretabile in una suggestione di spazio vuoto fuori scala per l’uomo. Questo tipo di concezione spaziale, che si dilata inaspettatamente, che genera spazio nello spazio, che va al di là dei confini fisici intuibili, ricalca la concezione di fondo del ruolo di cerniera, capace di tenere insieme non solo un’area ma di estendere il suo potenziale ben oltre i suoi limiti materici. Lo si vede anche negli allestimenti, che per via della continuità visiva curata ad altezza d’uomo, si accentrano sotto la struttura, per poi diffondersi nel resto dell’area, lambendo il Corso stesso. Esempi di questi allestimenti sono evidenziati nelle tavole e nel quaderno tecnico. La struttura risponde anche a esigenze funzionali e pratiche, garantendo ombreggiatura (dove non è possibile piantare più di tanto gli alberi) e, soprattutto permettendo la copertura temporanea dello spazio interno con una semplice tensostruttura di forma ellittica (appositamente di forma regolare). Così facendo questa nuova architettura per la piazza, al di là del suo valore spaziale e interpretativo (dunque architettonico), si presenta come multifunzionale e flessibile, capace di ospitare allestimenti tra i più diversi ma anche di rappresentare adeguatamente una porta di accesso alla città, un punto di riferimento anche per i turisti. L’idea di raccogliere esperienze spaziali e sensoriali nel territorio per riversarle nell’interpretazione del vuoto della piazza apre uno scenario interessante di vetrina del territorio. La superficie interna, con sul spazio caratteristico rispetto al resto, si

presta bene ad accogliere suggestioni, interpretazioni artistiche del territorio rese attraverso video proiettati sulle superfici interne. Far veder scampoli di territorio può fare da eccellente catalizzatore di esperienze turiste altrimenti improbabili. Inoltre la stessa chiave artistica può permettere interessanti ricadute sull’area, unendo conoscenza del territorio alla cultura, beni materiali e immateriali legati insieme dall’esperienza artistica. Tutto quello che gli allestimenti sono potenzialmente in grado di offrire non è trattabile oggi e in questa sede, l’importante è avere aperto la porta a questo tipo di scenario.

Dal punto di vista strutturale si suggerisce una struttura reticolare in acciaio o alluminio, rivestita di pannelli metallici (o anche di altro tipo, per esempio polimerico), in modo da massimizzare robustezza, velocità di realizzazione e al contempo ridurre al minimo il peso.

_ la nuova piazza

La piazza risulta rigenerata dalla nuova architettura, che ne riqualifica lo spazio, aggiungendo quella variazione interna inaspettata capace di arricchire un’esperienza altrimenti carente. Si è puntato alla sua estensione, in parte giocando sulla conformazione ad arena che ne sacrifica molto le dimensioni e in parte estendendo effettivamente ex-novo al sua superficie. Dove è stato possibile le gradinate sono state eliminate, raccordando le pendenze e ampliando la vista e le possibilità di spostamento (per tutti, anche per i disabili). In questo modo di attraversa su un’unica superficie la piazza dalla via Satta (oltre i VFF) al belvedere di via Sardegna. Si è deciso di estendere la pavimentazione, mantenendo il disegno attuale (che guida anche il progetto degli orti urbani), anche nella sede stradale di via Sardegna, per superarla e definire un nuovo belvedere che si affaccia sugli orti sottostanti. La sede stradale sarà indicata da illuminazione a terra e protetta da spartitraffico o paletti laterali. Questa nuova espansione, oltre a consentire un netto incremento di superficie (utilizzabile di fatto per intero solo alla chiusura temporanea del traffico per eventi di grande portata), amplia percettivamente lo spazio e facilita il nuovo raccordo fra la parte alta dell’area di progetto e l’isolato 17. Questo nuovo raccordo è sia visivo (la terrazza che si affaccia sull’area sottostante) sia pedonale, attraverso un sistema di rampe che digradano verso l’area di accesso al garage. Il sistema delle rampe permette anche di avvicinare alla piazza una grande quantità di piante ad alto fusto altrimenti non più piantabili per via del garage sottostante. Questo tipo di verde si dirada verso gli orti, trasformandosi in verde produttivo (si dirada anche per garantire il massimo di soleggiamento agli orti). Nella parte di terrazzamenti per la piantumazione, in aderenza al terrapieno di via Sardegna, vicino all’ingresso al garage, trovano posto i servizi igienici pubblici. La facilità di collegamento verticale è potenziata anche dall’interno del garage con un ascensore che garantirà finalmente l’accesso ai disabili come ai normodotati. L’arrivo dell’ascensore, come quello della scala a chiocciola è coperto dalla struttura a recinto proposta per la piazza che in quel punto fa da tettoia. La posizione della scala è quella del progetto precedente e risulta particolarmente azzeccata per la facilità di connessione con il Corso (sebbene dal punto di vista formale lasci alquanto a desiderare).

Davanti al palazzo della Croce Verde si riduce la strada a semplice carico e scarico per gli esercenti, sfruttando la possibilità di piantare nell’area piante ad alto fusto, cosa non possibile in altre zona della piazza. Infine si dota tutta la superficie di sedute “social network” dotate di presa elettrica per l’alimentazione pc e che permetterà ai giovani (e meno) di sfruttare la connessione wi-fi pubblica. Si tratta di un modo per rendere vivi gli spazi pubblici e adattarli alle esigenze moderne. Le stesse sedute si presentano anche come vasche di terreno e permettono di potenziare il verde della piazza fino ad oltre il 100% dell’esistente, aumentando le occasioni di sosta e relazione sociale. La ricerca dell’espansione dello

spazio oltre i suoi limiti fisici è un filo conduttore del progetto e lo si ricerca nei cambi di prospettiva e nell’espansione dei percorsi, degli allestimenti e in definitiva delle relazioni sociali. Il garage viene potenziato con un sistema di bike sharing, da immaginare nell’ambito della “porta di accesso alla città”. Inoltre nel garage potranno essere alloggiati i depositi attrezzi per i coltivatori degli orti e le stesse attrezzature per gli allestimenti temporanei.

_ l’assetto viario

Nello sviluppo dell’assetto funzionale (e architettonico) della nuova cerniera urbana sono state considerate le esigenze della viabilità. Si tratta di un problema fondamentale sia per la fattibilità del progetto sia per la sua stessa coerenza tematica; una cerniera urbana, infatti, non può prescindere dal suo ruolo di efficace sistema di raccordo dei flussi veicolari e pedonali. Fare in modo che la posizione centrale, la vicinanza di importanti arterie di collegamento cittadine e le importanti funzioni sociali individuate restino un vantaggio e non si trasformino in un problema è determinante per la riuscita del progetto. Le nuove funzioni proposte mirano a estendere la loro influenza a tutto il centro abitato, facendo dell’area una “porta di accesso” alla città, ben al di là dell’ambito di quartiere. È dunque necessario gestire correttamente i flussi perché il nuovo sistema sia capace di intercettarli e dispiegare a pieno il suo potenziale. Da questo punto di vista la prima importante scelta di progetto sotto è stata quella di garantire la maggiore fluidità di attraversamento, sia alle autovetture, sia soprattutto ai pedoni. L’idea centrale è stata quella di integrare maggiormente le due aree del progetto: la piazza e l’isolato 17. Si è voluto creare un unico sistema, trovando nella marginalità ed esclusione dei vuoti dell’isolato una risorsa per la piazza e nel sistema della piazza gli elementi di ripartenza per l’isolato. In questo modo sono state concepite le rampe di collegamento col sistema degli orti urbani, che partono dal terrapieno di via Sardegna, evoluto in un naturale prolungamento della piazza che così va costituire un unico sistema di parco urbano fino all’area cimiteriale e al belvedere di Viale Santa Maria. Puntare su un uso pedonale di tutta l’area e espandere le possibilità offerte dagli spazi e dai salti di quota ha richiesto un equilibrio con le arterie stradali che sono tutte state mantenute. Esempio di questa ricerca è l’estensione della nuova piazza verso il terrapieno di via Sardegna, che così si trasforma in una terrazza panoramica affacciata sul sistema degli orti, che permette il passaggio verso questi con un sistema di rampe. Il prolungamento della piazza è attuato estendendo la pavimentazione a fasce rettangolari in granito fino alla terrazza, ripavimentando la sede stradale e risolvendo la pendenza, anziché coi gradini con un passaggio graduale. Così facendo si raggiungono due obiettivi: estendere (di fatto ma soprattutto visivamente) la piazza, dandole maggior respiro nel suo nuovo ruolo di cerniera anche verso l’area di Santa Maria e dare maggiore importanza alle attività sociali che è potenzialmente in grado accogliere. Il tracciato di via Sardegna rimane uguale all’attuale, ripavimentato e segnalato a terra da luci e paletti o spartitraffico d’arredo urbano. Il vantaggio derivante dalla percezione di uno spazio continuo, molto più ampio, verso la terrazza panoramica si associa alla possibilità di chiusura temporanea del tratto di via Sardegna interessato in occasione di eventi speciali, che richiedano l’uso di tutta la superficie della piazza. Questa ipotesi è sostenuta da uno schema della viabilità indicato nel quaderno tecnico (tav. 2). Nello schema si indica la possibilità di gestire efficientemente il traffico anche nel caso di uso esclusivamente pedonale di tutta l’area, mettendo a sistema il corso, via toscana, piazza Sant’Antonio e il nuovo sottopasso della stazione. Questo anello a doppio senso di marcia consente la circolazione attorno all’area, permettendo l’attraversamento del centro abitato anche ai mezzi pesanti. Inoltre smista il traffico attirato dall’eventuale manifestazione sui tre parcheggi di zona (garage via

dell’Uguaglianza, garage di via Mentana, parcheggio del Cimitero). La viabilità di prossimità è gestita dalla via Satta (sempre aperta), un tratto di Corso, via dell’Uguaglianza e via Alfieri. Si punta a mettere a sistema le risorse presenti per aprire nuovi scenari in un quadro di credibilità. Tra gli altri interventi che riguardano l’isolato 17 si è scelto di realizzare una strada interna di 4 m di larghezza che consenta di arrivare alle rimesse private degli edifici dell’area, ottimizzare così gli spazi, ha permesso di recuperare grandi superfici da destinare al sistema degli orti.

_ proposta per l’isolato 17

Il sistema è pensato come naturale prolungamento della piazza verso la parte sud di accesso alla città e verso l’area cimiteriale e il nuovo parco belvedere di Viale Santa Maria. Le aree libere dell’isolato 17 costituiscono un vuoto urbano di notevole dimensione che, come tutti i vuoti, contengono in sé molteplici possibilità evolutive. Si tratta quindi di un’area ad elevato potenziale, con tanti problemi di degrado, scarsa qualità dell’edificato e sua articolazione spaziale non lineare, con conseguenti problemi per la viabilità interna. Il primo intervento deve avvenire sul piano urbanistico, ridefinendo la forma dei nuclei costruiti e di conseguenza degli spazi aperti pubblici. Tuttavia, chiarite le linee guida del progetto, si esclude l’area come riserva di massiccia edificazione, optando per una semplificazione delle forme attuabile con la costruzione di un nuovo volume tra i nuclei attestati sulla via Sardegna, esclusa l’area di accesso al garage. La soluzione si propone quindi di risolvere un problema di assetto dell’edificato e al contempo di proporre una strategia di recupero degli spazi residuali che miri ad un equilibrio fra l’edificato e il vuoto da destinare a spazio pubblico e a verde. Trattandosi di un’area centrale della Città si suggerisce quindi il potenziamento dei servizi sociali del Comune, costruendo delle residenze per anziani autosufficienti e non, o comunque a canone d’affitto agevolato.

Le restanti aree libere, ridimensionate e semplificate nella forma, sono ora decisamente più gestibili e possono accogliere un proporzionato sistema di orti urbani. Il sistema prevede la gestione della pendenza, in raccordo con le vie dell’Uguaglianza e Toscana con la strada di viabilità interna prevista dal progetto, con un sistema di terrapieni realizzati tramite muri a secco in gabbia metallica, che delimitano vasche di terreno di media profondità atte a ospitare gli orti. Il disegno urbano prescelto deriva da una espansione formale della piazza, che così, non solo simbolicamente e attraverso i percorsi si estende a tutta l’area. Le bande orizzontali che ne derivano aiutano molto anche a gestire in maniera ordinata le pendenze, garantendo un sistema urbano di orti e di vialetti efficiente e molto fluido nelle percorrenze. Agli orti si accede tramite vialetti pubblici, di tanto in tanto dimensionati come piccole piazzette dotate di piante ad alto fusto e di panchine (assimilabili costruttivamente ai muretti). La scelta costruttiva dei muretti in gabbia metallica permette notevoli risparmi economici e di tempo di realizzazione, di materiale impiegato e di spessore dei muri stessi, giacché al contrasto per massa del pietrame si somma l’assorbimento della flessione da parte dell’acciaio. Si riescono così a realizzare un numero di orti elevato, fino a 60 parcelle da 35 mq, dimensionati opportunamente (secondo esperienze progettuali nazionali) per garantire una produttività media annua tarata su un nucleo familiare di 1-2 persone. Si prevede la proprietà pubblica di tutta l’area e la cessione in affitto delle singole unità produttive (anche in pacchetti da 3 o 4 celle) a un canone di affitto di 70 euro/anno per parcella (prezzo medio nazionale). In questo modo si generano introiti extra per il comune, capaci di assorbire, almeno in parte, la manutenzione ordinaria. Il muro in rete metallica garantisce anche una veloce installazione dell’impianto idrico e di illuminazione, secondo le esigenze.

Housing sociale e orti urbani sono due modi strettamente connessi di recuperare gli spazi residuali nei centri abitati, garantendo nel contempo notevoli ricadute sociali e migliorando la qualità delle città.

_ aspetti sociali

Il progetto propone un sistema di opere che mirano ad attirare, attivare e sostenere le relazioni sociali a diversi livelli. Tutto il sistema, studiato come fortemente unitario, ricerca le relazioni fra i vari livelli del progetto, garantendo dei capisaldi di funzioni diversificate ma puntando soprattutto alle relazioni fra essi. Si hanno così attrattori per le diverse fasce d’età e organizzazioni spaziali in grado di far fronte alle più diverse esigenze, mirando sempre all’incontro e mai all’esclusione. Si è tenuto conto in particolare del tessuto sociale cittadino, ma ovviamente nel sistema di relazioni rientrano anche turisti e studenti fuori sede che possono trovare ognuno un motivo di utilizzo del sistema urbano proposto (al di là delle manifestazioni specifiche e non ponderabili in questa sede).

Gli orti propongono un tipo di verde pubblico diverso dalle consuete eleganti e dispendiose sistemazioni alle quali ci hanno abituato le amministrazioni italiane. Un verde condiviso e ad alta valenza sociale. Un verde pubblico gestito e curato dagli stessi cittadini che in questo modo condividono aspettative e progetti, instaurano legami e scambiano conoscenze. Tra gli obiettivi vi è certamente quello di garantire un motivo di presidio dell’area, specie di un’area vasta e strutturalmente articolata, garantendone un uso quotidiano che invece con un normale parco urbano sarebbe insidiato per esempio dall’offerta di aree simili in altre parti della città. Vi è poi un altro aspetto, non meno importante, ed è il ruolo che in questo sistema, andrebbe ad assumere il Comune. Affittando a un prezzo fortemente calmierato, stimato secondo le medie nazionali in 70 euro/annui per parcella di 35 mq, il Comune si garantirebbe sì un’entrata extra ma soprattutto aiuterebbe a sostenere i redditi delle fasce di popolazione più deboli, come i pensionati. Si tratta di un modo molto interessante di puntellare il tessuto sociale di una città. Le parcelle infatti sono in grado di garantire la produzione di verdura necessaria a un nucleo familiare di 2 persone e possono essere previsti affitti di più unità per persona. In questo modo si genera un notevole risparmio nelle spese annue di acquisto dei beni di prima necessita, si nobilita maggiormente il ruolo di fasce di popolazione progressivamente inattive e si favoriscono le relazioni. I vantaggi rispetto alle normali superfici a verde pubblico sono dunque molteplici.

Il nuovo volume destinato all’housing sociale, permette di potenziare l’offerta dei servizi sociali ai cittadini recuperando il tessuto urbano e inserendo queste persone disagiate (per esempio anziani non più autosufficienti) in un contesto rinnovato ad alta qualità ambientale, in centro città e non più in periferia e all’interno di un rinnovato tessuto di relazioni sociali. Si possono prevedere formule miste, in modo da diversificare l’offerta dei servizi o anche scaglionarle nel tempo; dal punto di vista strategico cambia poco, è un tipo di investimento molto utile all’intera città e si inserisce sempre nell’ottica della cerniera urbana (anche generazionale) che estende le sue potenzialità a tutto il centro abitato e non solo al quartiere nel quale si trova.

Si tratta di un modo di procedere nel ricostruire i tessuti urbani attento alle relazioni sociali e quell’invisibile sistema di contatti e rapporti che costituisce la premessa e la vitalità delle città.

_ aspetti economici

Il progetto propone di realizzare con una parte del budget un intervento di edilizia sociale, che completa le funzioni dell’area, l’offerta dei servizi, si integra con il sistema degli orti urbani e risolve specifici problemi urbanistici. Puntare sull’housing sociale per gli spazi residuali, anche in

centro storico, nell’ambito di una rigorosa pianificazione urbanistica, significa realizzare con una parte del budget previsto per l’area importanti interventi di consolidamento, o di tenuta, del tessuto sociale del centro abitato; al contempo, dal punto di vista economico permette di accedere ai canali di finanziamento regionali, che periodicamente propongono dei bandi per la presentazione di progetti di recupero in tal senso. Il budget previsto per questa parte di progetto può essere quindi in parte recuperato attraverso forme di finanziamento alternativo alla semplice spesa di cassa del Comune. Integrare proposte progettuali particolari nell’ambito di un complesso di opere mirate a riqualificare un’area urbana, anche scandendo gli interventi nel tempo, permette dunque di diversificare le fonti di finanziamento e di risparmiare risorse preziose.

Altro intervento con ricadute economiche significative è quello degli orti urbani. Per questa parte si è cercato di massimizzare le ricadute sociali positive minimizzando le spese di costruzione e soprattutto di gestione. Il sistema ipotizzato di orti, strutturabile sulla base di consolidate esperienze europee o già avviate con successo nel nord italia, è sviluppato secondo un disegno semplice e funzionale (ma in accordo con le tematiche architettoniche urbanistiche enunciate) che gestisce la pendenza efficacemente e che viene realizzato con una tecnica costruttiva ricercatamente speditiva. I muri di contenimento realizzati con rete metallica e pietrame di riempimento richiedono costi di costruzione molto inferiori rispetto a sistemi di muratura tradizionali, sia come quantità di materiale impiegato sia, soprattutto, come costo e tempo del lavoro di realizzazione. Anche dal punto di vista della manutenzione e della infrastrutturazione (impianto idrico, elettrico e recinzioni) il sistema offre notevoli vantaggi. Puntare su un sistema di orti urbani, al di là delle ricadute sociali, si apprezzare anche in chiave economica, poiché il sistema è grado di generare fino a circa 5000 euro di introiti annui per le casse comunali, pagando almeno in parte la manutenzione ordinaria dell’area. Questo fatto è tanto più rilevante se si pensa che, con un’adeguata regolamentazione e stesura dei contratti di affitto delle parcelle, il sistema produttivo degli orti costituirà un serbatoio interno di verde ordinato e gradevole, gestito e curato direttamente dai cittadini con costi per le casse pubbliche notevolmente inferiori rispetto a quelli relativi a superfici di analoghe dimensioni trattate con piantumazione d’arredo e prato all’inglese.

Per quanto riguarda la piazza si è scelto di non demolire la scala a chiocciola, pur giudicando inopportuna la sua forma rispetto all’assetto complessivo del sistema, per limitare spese eccessive nella risistemazione e potere invece investire nel completamento dei servizi di collegamento verticale per disabili e nella realizzazione di bagni pubblici. Anche per questi si è optato per la maggiore facilità di realizzazione, ubicandoli al di fuori del garage, in aderenza al terrapieno di via Sardegna, integrandoli poi nel sistema di rampe e terrazzamenti che connette la piazza all’isolato. Si è deciso inoltre, come noto, di mantenere il disegno primario della piazza, estendendolo oltre essa. In questo modo una grande superficie non viene interessata dai lavori di smantellamento e parte dei materiali smantellati possono essere recuperati per il completamento delle parti mancanti. Gli stessi arredi urbani sono molto spartani nelle tecniche realizzative e puntano tutto sulla qualità dei servizi offerti e sulla durabilità dei materiali. Infine la struttura centrale della piazza. Per essa si è scelto di puntare su una struttura reticolare in acciaio o alluminio, rivestita di pannelli metallici (ma esistono tante ipotesi realizzative in proposito, dal vetro ai polimeri) e dotata nella sua parte interna di un anello ellittico volutamente regolare di rinforzo che consente anche la rapida ed economica chiusura temporanea tramite una tensostruttura regolare.