Postato da il mag 8, 2016 in

I materiali derivanti dalla demolizione di un edificio non possono essere considerati sottoprodotti, ma sono rifiuti.

Vanno quindi portati in discarica e non possono essere riutilizzati. Questo è quello che emerge dalla  Corte di Cassazione, Sentenza 33028/2015, che si è espressa circa l’illecita gestione dei rifiuti (sanzionata dall’art. 256 del D.Lgs. 152/2006) e la dubbia natura degli inerti da demolizione.

Nel caso esaminato, una impresa di costruzioni è stata condannata a seguito del trasporto senza titolo abilitativo e del riutilizzo di rifiuti speciali non pericolosi per la realizzazione di un sottofondo stradale. In particolare l’impresa ha riutilizzato cemento, mattoni, ceramiche e tondini di ferro provenienti dalla demolizione di un edificio.

Il legale rappresentante dell’impresa propone ricorso alla Corte di Cassazione in base alle seguenti considerazioni:

  1. il materiale da demolizione è riconducibile ad un sottoprodotto,  per l’assenza di trasformazioni preliminari e la sola frantumazione del materiale dopo la demolizione ed anche per non aver determinato condizioni peggiorative dell’ambiente;
  2. in alternativa, anche se il materiale fosse un rifiuto, deve considerarsi applicata la disciplina del deposito temporaneo dei rifiuti utilizzati come sottofondo stradale provvisorio per il transito dei mezzi.

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso presentato e conferma la condanna per la gestione non autorizzata dei rifiuti (art. 256 del D.Lgs. 152/2006).

In base al Codice dell’ambientale (D.Lgs. 152/2006) può essere considerato sottoprodotto un materiale che deriva direttamente da un processo produttivo, cioè da un’attività finalizzata alla produzione di un manufatto. La demolizione di un fabbricato, invece, è effettuata per eliminare un manufatto e non per produrre qualcosa. 

Questa sentenza è di fondamentale importanze e ribadisce il fatto che i rifiuti vanno portati in discarica mentre i sottoprodotti possono essere riutilizzati.

I criteri per differenziare i due casi sono stati stabiliti dal DM 161/2012, che regola l’utilizzo di terre e rocce da scavo in base ai livelli di contaminazione e alle caratteristiche dei cantieri.

A tale proposito è indispensabile comprendere in maniera inequivocabile come distinguere i rifiuti dai sottoprodotti analizzando le rispettive definizioni dettate dalla normativa vigente.

I sottoprodotti

La normativa italiana individua le condizioni in base alle quali una sostanza o un oggetto non sono da considerarsi rifiuti, introducendo il concetto di sottoprodotto, che viene così descritto all’art 183 bis del D.Lgs. 152/06:

“E’ un sottoprodotto e non un rifiuto ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera a), la sostanza o l’oggetto, che soddisfa tutte le seguenti condizioni:

a) la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto;

b) è certo che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi;

c) la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;

d) l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanze o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana.”

E’ preciso onere di chi ne ha l’interesse fornire tutti gli elementi atti a dimostrare la sussistenza contemporanea delle quattro condizioni sopra elencate, affinchè una data sostanza od oggetto siano considerati sottoprodotti e non rifiuti.

I rifiuti

La normativa italiana, all’art. 183 del D.lgs. n.152/06 e ss.mm.ii. definisce, riprendendo quanto indicato nella direttiva comunitaria 98/2008/CE:

  1. rifiuto: qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi;

La definizione di rifiuto rimane quindi fondata, come con il precedente D.Lgs. 22/1997 (Decreto Ronchi), sul concetto del “disfarsi”, che costituisce la condizione necessaria e sufficiente perché un oggetto, un bene o un materiale sia classificato come rifiuto e, successivamente, codificato sulla base del vigente elenco europeo dei rifiuti (CER).

Tale concetto è stato sancito anche dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee, dove è stato specificato che “l’ambito di applicazione della nozione di rifiuto dipende dal significato del termine disfarsi” (Corte di Giustizia, sentenza 18 aprile 2002, causa C-9/00).